La trama invisibile dei futuri
I futuri non emergono dalle previsioni. Emergono dalla qualità delle relazioni.
Per molti decenni abbiamo pensato che comprendere il futuro significasse migliorare la capacità di prevederlo.
Più dati.
Più algoritmi.
Più modelli previsionali.
Più precisione.
È una prospettiva che continua ad avere un enorme valore in molti ambiti, dalla meteorologia all’economia, dalla sanità alla gestione dei rischi.
Ma esiste una differenza sostanziale tra prevedere e prepararsi.
Ed è proprio qui che si colloca uno dei contributi più importanti degli studi contemporanei sul futuro.
Riel Miller, tra i principali promotori della Futures Literacy all’interno dell’UNESCO, osserva che gli esseri umani utilizzano continuamente immagini del futuro per prendere decisioni nel presente.
Queste immagini, però, non sono fotografie di ciò che accadrà.
Sono costruzioni culturali.
Ipotesi.
Aspettative.
Paure.
Desideri.
Narrazioni.
La Futures Literacy non nasce quindi per migliorare le previsioni.
Nasce per migliorare la nostra consapevolezza del modo in cui utilizziamo il futuro mentre prendiamo decisioni.
È un cambiamento profondo.
Perché sposta l’attenzione dall’evento futuro al processo mentale che lo immagina.
In questa prospettiva il futuro non è un luogo già esistente che aspetta soltanto di essere scoperto.
È uno spazio di possibilità che contribuiamo continuamente a modellare attraverso il modo in cui interpretiamo il presente.
Ed è qui che la lungimiranza assume un significato completamente nuovo.
Non consiste nel possedere risposte migliori.
Consiste nel coltivare domande migliori.
Una persona lungimirante non è necessariamente quella che indovina ciò che accadrà.
È quella che riesce a vedere più relazioni, più possibilità, più conseguenze e più alternative rispetto a chi osserva soltanto l’immediato.
Questo spiega anche perché la lungimiranza non può essere ridotta a una semplice competenza tecnica.
È una qualità dello sguardo.
Un modo di abitare la complessità.
Una disponibilità a riconoscere che ogni sistema contiene sempre più possibilità di quelle che riusciamo a vedere.
Essere un buon antenato significa prendersi cura delle relazioni
Negli ultimi anni Roman Krznaric ha riportato al centro del dibattito pubblico una domanda tanto semplice quanto radicale.
Che cosa significa essere un buon antenato?
La domanda sembra riferirsi al tempo.
In realtà riguarda soprattutto le relazioni.
Quando immaginiamo le generazioni future tendiamo spontaneamente a pensare a persone che ancora non esistono.
Ma, osservando più attentamente, ci accorgiamo che esse sono già presenti nelle conseguenze delle nostre azioni.
Ogni volta che un’azienda decide di investire nella formazione anziché soltanto nel profitto immediato.
Ogni volta che una scuola educa alla cooperazione invece che alla sola competizione.
Ogni volta che una comunità protegge un ecosistema.
Ogni volta che una persona sceglie di trasmettere conoscenza invece che accumulare esclusivamente vantaggi personali.
In tutti questi casi il futuro è già entrato nel presente.
Non perché conosciamo ciò che accadrà.
Ma perché stiamo modificando le condizioni da cui quel futuro emergerà.
Ari Wallach descrive questa prospettiva attraverso il concetto di Longpath.
Pensare a lungo termine non significa sacrificare il presente.
Significa riconoscere che ogni presente diventa inevitabilmente il passato di qualcun altro.
Anche un gesto apparentemente insignificante può produrre effetti che attraversano decenni.
Un insegnante che incoraggia un bambino.
Un dirigente che costruisce una cultura organizzativa fondata sulla fiducia.
Un amministratore che protegge un territorio.
Un ricercatore che condivide apertamente la conoscenza.
È difficile misurare l’effetto di queste azioni.
Eppure proprio da esse nascono spesso le trasformazioni più profonde.
Esiste un principio, attribuito a diverse tradizioni indigene nordamericane, secondo cui ogni decisione importante dovrebbe essere valutata considerando il suo impatto sulle successive sette generazioni.
Al di là delle diverse formulazioni storiche di questo principio, il suo valore rimane straordinariamente attuale.
Ci invita a cambiare prospettiva.
Non domandarci soltanto:
“Che cosa ottengo da questa scelta?”
Ma anche:
“Quali relazioni sto rafforzando?”
“Quali possibilità sto aprendo?”
“Quali condizioni sto lasciando a chi verrà dopo di me?”
Forse essere un buon antenato non significa immaginare il futuro perfetto.
Significa contribuire a costruire sistemi più capaci di apprendere, adattarsi e prendersi cura della vita.
La trama invisibile dei futuri
Esiste una parola che attraversa silenziosamente tutto ciò che abbiamo incontrato fin qui.
Relazione.
Relazione tra cellule.
Tra persone.
Tra organizzazioni.
Tra economia ed ecologia.
Tra presente e futuro.
Per molto tempo abbiamo cercato di comprendere il mondo dividendolo in parti sempre più piccole.
È stato un percorso straordinariamente fecondo.
Ma oggi sappiamo che conoscere le parti non basta più.
Abbiamo bisogno di comprendere anche ciò che le unisce.
Forse la vera alfabetizzazione ai futuri inizia proprio qui.
Nel momento in cui smettiamo di osservare eventi isolati e iniziamo a riconoscere le reti di cui facciamo parte.
Perché ogni nostra decisione modifica qualcosa che va ben oltre noi.
Ogni relazione alimentata genera nuove possibilità.
Ogni gesto di cura rafforza la resilienza di un sistema.
Ogni scelta guidata esclusivamente dall’immediato restringe invece lo spazio delle possibilità future.
La lungimiranza, allora, non consiste nel vedere più lontano degli altri.
Consiste nel vedere più connessioni.
E forse essere un buon antenato significa proprio questo.
Imparare ad abitare il presente sapendo che ogni parola pronunciata, ogni scelta organizzativa, ogni progetto educativo, ogni gesto di cura e ogni decisione economica entrano a far parte di una trama molto più grande della nostra vita.
Una trama che non ci appartiene.
Ma della quale, inevitabilmente, siamo coautori.
Bibliografia
Bateson G. (1972). Steps to an Ecology of Mind. University of Chicago Press.
Capra F. (1996). The Web of Life. Anchor Books.
Krznaric R. (2020). The Good Ancestor: How to Think Long Term in a Short-Term World. WH Allen.
Meadows D.H. (2008). Thinking in Systems: A Primer. Chelsea Green Publishing.
Miller R. (2018). Transforming the Future: Anticipation in the 21st Century. Routledge.
Morin E. (1999). La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero. Raffaello Cortina Editore.
Senge P.M. (1990). The Fifth Discipline: The Art and Practice of the Learning Organization. Doubleday.
Wallach A. (2022). Longpath: Becoming the Great Ancestors Our Future Needs. HarperOne.
Riflessione finale
Fino ad oggi molti parlano di:
- sostenibilità;
- futures literacy;
- pensiero sistemico;
- PNEI;
- lungimiranza.
Quasi nessuno prova però a dimostrare che tutti questi ambiti raccontano la stessa idea fondamentale: la realtà è una rete di relazioni e la lungimiranza consiste nel riconoscerla.
BeF sviluppa una pedagogia della lungimiranza, fondata sulla comprensione delle interconnessioni tra individuo, organizzazioni, società e biosfera. Questo il filo rosso di BeFutures
