La trama invisibile del futuro
Perché vedere le interconnessioni è il primo passo per essere un buon antenato
Comprendere le interconnessioni tra persone, organizzazioni, società e ambiente può cambiare il modo in cui osserviamo le conseguenze delle nostre scelte e la responsabilità verso le generazioni future.
Ogni giorno prendiamo centinaia di decisioni che sembrano riguardare soltanto noi.
Accendiamo una luce. Scegliamo un mezzo di trasporto. Acquistiamo un alimento. Educhiamo un figlio. Definiamo una strategia aziendale. Scriviamo un post. Assumiamo una persona. Rimandiamo una scelta.
Quasi sempre interpretiamo queste azioni come episodi isolati.
Una decisione.
Un gesto.
Una preferenza.
Un’opinione.
Eppure, osservando con maggiore attenzione, emerge una realtà diversa.
Le nostre azioni non terminano necessariamente nel momento in cui vengono compiute.
Le loro conseguenze possono propagarsi attraverso reti di relazioni che coinvolgono persone, organizzazioni, istituzioni, ecosistemi e, in alcuni casi, individui e generazioni che non conosceremo mai.
Una scelta può generare conseguenze.
Quelle conseguenze interagiscono con altre dinamiche.
E queste interazioni possono contribuire a modificare i sistemi nei quali viviamo.
È questa rete di relazioni a rendere il futuro qualcosa di profondamente diverso da una semplice successione di eventi.
Forse il futuro non è soltanto il luogo verso cui stiamo andando.
Possiamo pensarlo anche come il risultato, sempre provvisorio, delle relazioni e delle interazioni che contribuiamo continuamente a generare.
Comprendere questa differenza significa modificare anche il modo in cui intendiamo la lungimiranza.
Per molto tempo abbiamo associato l’essere lungimiranti soprattutto alla capacità di prevedere ciò che accadrà.
Oggi gli studi sulla complessità, la teoria dei sistemi, l’ecologia e i Futures Studies ci invitano a considerare una prospettiva diversa.
La lungimiranza non consiste soltanto nel cercare di vedere più lontano nel tempo.
Richiede anche la capacità di riconoscere relazioni, interdipendenze, retroazioni e possibili conseguenze delle nostre decisioni.
In altre parole:
guardare lontano richiede anche imparare a guardare intorno.
Ed è proprio da questa consapevolezza che prende forma una domanda fondamentale:
che cosa significa essere un buon antenato in un mondo profondamente interdipendente?
L’illusione dell’individuo isolato
Una delle narrazioni più potenti della cultura occidentale moderna è quella dell’individuo autonomo.
L’essere umano viene spesso rappresentato come un soggetto indipendente, capace di determinare il proprio destino attraverso volontà, competenze e merito.
Questa rappresentazione ha avuto una straordinaria forza culturale.
Ha contribuito a valorizzare responsabilità personale, autonomia, iniziativa e libertà.
Ma, se assunta come rappresentazione completa della condizione umana, rischia di alimentare un’illusione:
quella della separazione.
Numerosi studiosi appartenenti a discipline differenti hanno mostrato quanto questa immagine sia parziale.
Il filosofo e sociologo Edgar Morin ha costruito gran parte del proprio lavoro intorno al pensiero complesso e alla necessità di collegare ciò che i processi di conoscenza tendono a separare.
Distinguere è necessario per comprendere.
Ma la comprensione si impoverisce quando perdiamo le relazioni tra le parti, il loro contesto e l’organizzazione dell’insieme.
Il pensiero complesso non elimina dunque la distinzione.
Prova piuttosto a distinguere senza disgiungere.
Anche Gregory Bateson, antropologo ed epistemologo, ha contribuito profondamente allo sviluppo di un pensiero ecologico e sistemico.
Nella sua prospettiva, i processi mentali non possono essere compresi considerando esclusivamente ciò che accade all’interno dell’individuo.
Informazione, differenza, comunicazione e relazione attraversano sistemi più ampi nei quali organismo e ambiente partecipano reciprocamente.
Anche Fritjof Capra, attraverso la sua visione sistemica della vita, ha contribuito alla diffusione di una concezione dei sistemi viventi fondata sulle reti di relazioni e sui processi di organizzazione, piuttosto che sulla semplice somma delle singole componenti.
Una cellula esiste attraverso molteplici processi di scambio.
Un organismo mantiene la propria organizzazione attraverso interazioni continue.
Un ecosistema emerge dalle relazioni tra organismi e ambiente.
Questo non significa che le singole parti perdano la propria specificità.
Significa che la loro esistenza e il loro comportamento non possono essere compresi pienamente ignorando le relazioni di cui fanno parte.
Questa prospettiva modifica anche il modo in cui osserviamo il nostro ruolo nel mondo.
Se siamo parte di sistemi sociali ed ecologici, le nostre azioni entrano inevitabilmente in relazione con altri elementi del sistema.
La responsabilità, allora, non nasce soltanto da un principio morale imposto dall’esterno.
Può nascere anche dalla consapevolezza che le nostre decisioni producono effetti all’interno di reti di relazioni che ci precedono e che continueranno dopo di noi.
La natura ci mostra sistemi di relazioni
Per comprendere che cosa significhi vivere dentro sistemi interconnessi possiamo osservare gli ecosistemi.
Un bosco non è semplicemente una somma di alberi.
È un sistema ecologico nel quale piante, animali, funghi, batteri, suolo, acqua, atmosfera e condizioni climatiche interagiscono continuamente.
Tra queste relazioni troviamo anche le micorrize, associazioni tra funghi e radici delle piante che svolgono un ruolo importante nei processi ecologici e negli scambi di nutrienti.
Le ife fungine possono inoltre collegare le radici di più piante formando quelle che la letteratura scientifica definisce common mycorrhizal networks, reti micorriziche comuni.
Negli ultimi anni queste reti sono diventate note al grande pubblico attraverso l’espressione divulgativa “Wood Wide Web”.
L’immagine è affascinante.
Ma proprio perché è affascinante richiede cautela.
Le ricerche scientifiche documentano l’importanza delle relazioni tra piante, funghi e suolo e mostrano che le associazioni micorriziche partecipano a numerosi processi degli ecosistemi forestali.
Non tutte le interpretazioni divulgative del Wood Wide Web, tuttavia, dispongono dello stesso livello di evidenza.
Una revisione pubblicata su Nature Ecology & Evolution ha richiamato l’attenzione proprio sul rischio di trasformare risultati ancora limitati o contestuali in affermazioni generali sul funzionamento delle foreste.
Alcune idee diventate molto popolari — per esempio quella secondo cui gli alberi adulti trasferirebbero preferenzialmente risorse o segnali di difesa alla propria progenie attraverso queste reti — non dispongono attualmente di evidenze sufficienti per essere generalizzate.
Questo non rende la realtà meno interessante.
La rende, semmai, più complessa.
Gli ecosistemi non sono semplicemente luoghi di cooperazione.
E non sono nemmeno soltanto arene di competizione.
Sono sistemi nei quali competizione, mutualismo, scambio, predazione, dipendenza e molte altre forme di interazione coesistono e contribuiscono alle dinamiche dell’insieme.
La lezione interessante, quindi, non è che “la natura coopera”.
È qualcosa di più profondo:
la vita avviene dentro relazioni.
Un organismo modifica il proprio ambiente e, contemporaneamente, viene modificato dalle condizioni dell’ambiente in cui vive.
Una specie può influenzare le possibilità di altre specie.
Una variazione in una parte di un ecosistema può produrre conseguenze, dirette o indirette, in altre parti del sistema.
Ed è proprio questa consapevolezza sistemica che può aiutarci a osservare diversamente anche le società umane.
Dalle interconnessioni alla responsabilità
Società ed ecosistemi non sono la stessa cosa.
Utilizzare la natura come semplice metafora del comportamento umano rischierebbe di produrre analogie suggestive, ma poco fondate.
Possiamo però riconoscere una caratteristica comune:
viviamo dentro sistemi di relazioni.
Nessuna economia è completamente separata dalle condizioni ambientali che la rendono possibile.
Nessuna organizzazione è completamente separata dalla società nella quale opera.
Nessuna tecnologia è indipendente dalle infrastrutture, dalle risorse, dalle conoscenze e dalle istituzioni che ne consentono l’esistenza.
E nessuna generazione è completamente separata da quelle che l’hanno preceduta o da quelle che verranno dopo.
Le infrastrutture che utilizziamo, il debito che accumuliamo, gli ecosistemi che trasformiamo, le conoscenze che produciamo, le istituzioni che costruiamo e perfino le storie che raccontiamo sul futuro diventano parte delle condizioni nelle quali altre persone dovranno vivere e decidere.
È qui che la capacità di riconoscere le interconnessioni incontra il pensiero di lungo periodo.
Essere lungimiranti non significa sapere con certezza che cosa accadrà.
Significa imparare a interrogare le conseguenze delle nostre decisioni oltre il loro effetto immediato.
Chi potrebbe essere coinvolto da questa scelta?
Quali relazioni potrebbe modificare?
Quali conseguenze potrebbero emergere nel tempo?
Quali possibilità stiamo aprendo?
Quali possibilità stiamo chiudendo?
E soprattutto:
chi non è presente oggi nella stanza in cui decidiamo, ma potrebbe vivere domani gli effetti della nostra decisione?
Queste domande non eliminano l’incertezza.
Ci aiutano, però, ad abitarla con maggiore consapevolezza.
Essere buoni antenati
Roman Krznaric utilizza l’espressione The Good Ancestor per interrogare la nostra capacità di superare la “tirannia dell’adesso” e ampliare l’orizzonte temporale delle decisioni.
La domanda non riguarda soltanto ciò che lasceremo materialmente alle generazioni future.
Riguarda anche le condizioni di possibilità che contribuiamo a costruire.
Quali istituzioni?
Quali ecosistemi?
Quali infrastrutture?
Quali conoscenze?
Quali immaginari?
Quali possibilità di scelta?
Pensare come buoni antenati non significa pretendere di sapere che cosa desidereranno le persone che vivranno fra cinquanta o cento anni.
Significa qualcosa di più prudente e, forse, più impegnativo:
evitare di restringere inutilmente il loro spazio di possibilità.
Da questo punto di vista, la lungimiranza non è soltanto una questione di distanza temporale.
È anche una capacità di relazione.
Relazione con le conseguenze.
Relazione con i sistemi di cui facciamo parte.
Relazione con persone che non conosciamo.
Relazione con generazioni che non sono ancora presenti nelle nostre conversazioni.
Il futuro, allora, non appare più soltanto davanti a noi.
È già dentro le relazioni che costruiamo nel presente.
Ogni decisione aggiunge, modifica o interrompe qualche filo.
Ed è dall’intreccio di questi fili che emergeranno molti dei futuri possibili.
Forse essere lungimiranti comincia proprio da qui:
imparare a vedere la trama prima ancora di provare a prevederne il disegno.
Bibliografia
- Bateson, G., Steps to an Ecology of Mind.
- Capra, F., The Web of Life.
- Krznaric, R., The Good Ancestor.
- Meadows, D. H., Thinking in Systems: A Primer.
- Miller, R. (ed.), Transforming the Future: Anticipation in the 21st Century, UNESCO.
- Morin, E., La testa ben fatta.
- Senge, P. M., The Fifth Discipline.
- Wallach, A., Longpath.
Approfondimento scientifico sulle reti micorriziche:
Karst, J., Jones, M. D. & Hoeksema, J. D. (2023), Positive citation bias and overinterpreted results lead to misinformation on common mycorrhizal networks in forests, Nature Ecology & Evolution, 7, 501–511.
https://doi.org/10.1038/s41559-023-01986-1
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