Dare un Nome per Prendersi Cura: esperienza di ImmaginAzione Intergenerazionale

Dare un nome è un atto potente. Può sembrare semplice, quasi spontaneo, ma in realtà è un gesto che crea legami, attiva responsabilità e rende visibile ciò che spesso resta sullo sfondo. È così per le persone, per i luoghi, per gli ecosistemi. Ed è così anche per le generazioni future: nominarle significa riconoscerle, farle esistere nella nostra mente e nel nostro cuore, trasformandole da concetto astratto a presenza viva nella nostra immaginazione sociale.

Questa intuizione, radicata nella saggezza delle culture indigene — come la “legge della settima generazione” degli Irochesi — attraversa testi sacri, teorie psicologiche e pratiche di futures thinking. Nomina, quindi, non è solo linguaggio: è un invito a prendersi cura.

Da questo principio prende forma “Dare un Nome per Prendersi Cura”, un laboratorio ideato da Claudia Poppi, Joice Preira e Rocco Scolozzi, per attivare una pratica collettiva di lungimiranza e solidarietà intergenerazionale.

Ne abbiamo scritto un articolo che trovi a questo link, leggere  per approfondire.  L’articolo é uscito sul n° 24 di FUTURI della Fondazione IIF-Italian Institute for the Future.


Perché nominare le generazioni future?

La formula “future generazioni” è diventata una sorta di mantra della sostenibilità, ma spesso rimane vaga, sfocata, priva di presa emotiva. Quando un concetto è troppo astratto, la mente non se ne prende cura: manca l’empatia, manca la responsabilità.

Dare un nome, invece, cambia tutto.

  • Rende tangibile l’astratto

  • Avvicina ciò che è lontano

  • Crea immaginazione condivisa

  • Attiva il senso di responsAbilità (capacità di dare risposte)

  • Stimola il pensiero sistemico e la lungimiranza

Come scrive Roman Krznaric in Come essere buoni antenati, la cura del futuro inizia dalla capacità di immaginare chi verrà dopo di noi. E immaginare richiede parole.


Il laboratorio: una pratica di immaginazione collettiva

Il laboratorio segue una struttura immersiva che integra metodi di futures literacy, strumenti ludico-creativi e approcci partecipativi. L’obiettivo non è ottenere “il nome perfetto”, ma attivare un processo trasformAttivo.

Un breve racconto introduce la logica del laboratorio:
le future generazioni sono troppo vaghe per essere davvero considerate.
E allora… diamogli un nome.

Quadranti di Polak: da dove guardiamo il futuro?

Con il gioco dei quattro quadranti (++, +–, –+, ––), ogni partecipante esplora in modo semplice la propria attitudine verso il futuro. Un’auto-riflessione che aiuta a comprendere come ci posizioniamo di fronte al domani.

I partecipanti vengono poi distribuiti in quattro gruppi (non vincolati al quadrante scelto) per agevolare la diversità dei punti di vista.

L’oggetto transazionale

Ispirandosi al teatro dell’oppresso di Augusto Boal, ciascun gruppo individua un oggetto che permetta alla persona del 2095 di comunicare con noi. Un ponte tra tempi, emozioni, bisogni.

Chi ci sarà nel 2095? Di cosa avrà bisogno? Cosa potrà temere?
Con mappe ed elementi visuali, ogni gruppo esplora:

  • paure

  • speranze

  • attori

  • luoghi

  • risorse

  • relazioni

la generazione futura che hanno incontrato può ricevere un nome. Non definitivo, non tassonomico. Un nome situato, figlio dell’esperienza condivisa.

Passato e Futuro: un sottile velo

Nell’esperienza che da il nome anche a questo articolo, realizzata anche in occasione del Convegno a Napoli 2025 “Futuri Aperti e Futuri Chiusi” abbiamo documentato l’esperienza con immagini fotografiche. E come se non con una macchina “che viene dal passato perché era il futuro”, post-it, pennarelli, caramelle e cartelloni bianchi diventano la scenografia della restituzione finale.

Per vedere il futuro in modo diverso.
Per uscire dalle narrazioni stereotipate e riconnettersi a una percezione più umana del domani.

Per sviluppare lungimiranza.
Non solo come competenza, ma come postura verso la vita.

Per attivare la responsabilità intergenerazionale.
Verso chi nascerà, ma anche verso le generazioni non umane: ecosistemi, piante, animali. Perché siamo tutti parte della stessa storia.

Per sperimentare.
È un laboratorio vivo, interattivo, partecipativo.

Il risultato non è un elenco di nomi, ma un cambio di sguardo. Una piccola trasformAzione.

 

 

Rocco Scolozzi

Ecologo, futurista, facilitatore professionista. Insegna Pensiero Sistemico e Previsione Strategica nelle Università di Trento, Udine e Trieste. La sua missione: portare lungimiranza in ogni angolo della società.

Claudia Poppi

Professionista HR appassionata di trasformAzione consapevole. Lavora per rendere concreta la sostenibilità nelle strategie aziendali. Coltiva e diffonde la Futures Literacy per ricordarci che ci sono ancora futuri.

Joice Pereira

Esperta in anticipazione strategica e analista di consumer insights con focus sul social foresight. Presidente dell’ALAF, insegna Speculative Design e Foresight in Brasile. Speaker TEDx a Barletta (2020) e a Verona (2023) con un laboratorio sulla città del 2050.


Conclusione

Nominare le generazioni future non è un esercizio creativo: è un atto politico, etico e affettivo.
Un modo per ricordarci che il futuro non è qualcosa che ci accade: è qualcosa che co-creiamo.

Per cominciare, basta un nome!